L’annuncio del varo in Consiglio dei ministri della riforma della legge quadro del 1985 sull’artigianato, dopo un iter travagliato, arriva all’assemblea di Confartigianato dalla premier Giorgia Meloni. E’ una riforma che permetterà di crescere, aumentando fino al +20% il numero massimo consentito dei dipendenti (diverso settore per settore) per chi è artigiano da almeno sette anni, senza perdere lo status di impresa artigiana.
Era «paradossale dire puoi crescere, ma devi smettere di essere un artigiano. Devi rinunciare alla tua identità produttiva, perdere quella specificità riconosciuta e protetta dalla Costituzione», ha detto Meloni dal palco alla platea degli artigiani. Non si può lasciare l’artigianato «prigioniero di regole obsolete», aveva sottolineato subito prima il presidente di Confartigianato Marco Granelli.
E’ stato concreto il rischio di uno stop o di un forte ridimensionamento della riforma, per la forte opposizione di altre associazioni datoriali, a partire da Confindustria e dalle Pmi di Confapi. Non sono mancate le limature, ma il punto di caduta è considerato dagli artigiani un ottimo risultato. Anche i timori di un forte impatto sui conti pubblici appaiono fugati: il costo stimato, secondo la bozza del testo che va in manovra per le necessarie coperture, si limita a 12 milioni per il 2027, 20,2 per il 2028, complessivamente 202,9 milioni nel decennio 2027-2036.
L’assemblea di Confartigianato ha celebrato gli 80 anni della confederazione evidenziando le preoccupazioni delle imprese in una fase ancora molto delicata per l’economia. Confartigianato stima in «296,3 miliardi il costo cumulato degli shock che hanno colpito il sistema economico italiano nel quinquennio 2022-2026. Sono risorse sottratte agli investimenti, all’innovazione, alle assunzioni: in sostanza, alla crescita». Avverte quindi che serve una legge di bilancio che metta «al centro crescita, produttività, capacità di creare lavoro». E che «va ridotto il gap del carico fiscale: per l’Italia nel 2026 è stimato al 43,2%, contro il 41,1% della media dell’Unione europea»: bisogna «ridurre le tasse per destinare risorse a investimenti e lavoro».
Resta una priorità l’allarme per «il peso bollette» con le piccole imprese italiane che , secondo il presidente di Confartigianato Marco Granelli, «pagano l’energia elettrica il 22,1% in più rispetto alla media europea», 4,6 miliardi in più; e che soffrono la stretta del credito: «dal 2019 ad oggi ben 35,7 miliardi in meno». E preoccupa il “paradosso” del mondo del lavoro: lo scorso anno «le aziende italiane hanno avuto difficoltà a reperire 2,7 milioni di lavoratori», il 47% dei dipendenti da assumere. E «non dimentichiamo che il nostro Paese conta 1,5 milioni di giovani inattivi tra i 25 e i 34 anni: bisogna offrire prospettive di futuro ai giovani, e la prima emergenza del Paese».
Granelli, chiudendo il suo intervento, ha detto che «il nostro ottantesimo anniversario è soprattutto un impegno rinnovato. L’impegno nel contribuire a costruire condizioni migliori per chi sceglie di fare impresa in Italia. A chi guida il Paese, alle istituzioni, alla politica, alle forze economiche e sociali, chiediamo altrettanto impegno, chiediamo coraggio e senso di responsabilità per remare tutti dalla stessa parte, nell’interesse comune di garantire sviluppo economico e coesione sociale».
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