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Il caro energia si combatte sbloccando le trivelle

Istituto Bruno Leoni: «risparmiare le paternali sugli extraprofitti, le lamentele sul caro energia e la vana promessa di un nuovo futuro energetico». Tabarelli: «il danno 10 anni fa con il referendum».

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Un prezzo, dicono gli economisti, è un segnale avvolto in un incentivo: invece di silenziarlo, andrebbe ascoltato, specie nel caro energia. Se i prezzi dei prodotti energetici sono alle stelle, è perché essi stanno diventando più scarsi (relativamente alla domanda). I rincari dicono che si deve consumarne meno e produrne di più.

Lo hanno capito benissimo paesi come il Regno Unito e la Norvegia, che stanno rilasciando autorizzazioni per la produzione di gas dai giacimenti nel Mare del Nord e nel Mare di Barents. La stessa Unione europea, che da tempo chiede una moratoria nella zona artica, si è ultimamente ammorbidita, rinunciando a fare pressione sui paesi confinanti da cui importiamo petrolio e gas. E l’Italia?

Per l’Istituto Bruno Leoni, «a parole, il nostro paese discute di questi temi da almeno dieci anni. Nel 2015 il Governo Renzi varò un provvedimento che gli avversari chiamarono “sblocca trivelle“, salvo poi fare marcia indietro per disinnescare un referendum abrogativo l’anno successivo. La questione sparì poi da tutti i radar per riproporsi nel 2022, con la crisi energetica innescata dal conflitto in Ucraina: il governo Draghi approvò una “gas release“, cioè un provvedimento finalizzato a consentire un più intenso sfruttamento delle risorse nazionali a patto che parte della produzione aggiuntiva fosse destinata, a prezzo calmierato, ai consumatori industriali. Ma l’operazione non ebbe conseguenze misurabili. Più recentemente, il Governo Meloni è tornato sul tema, promettendo semplificazioni. La buona volontà va apprezzata, ma è facile presumere che anche questa volta non si vedranno risultati».

«Il motivo è semplice – continua l’editoriale dell’IBL -. In primo luogo, non basta enunciare un rilassamento dei vincoli: occorre anche concretamente metterlo in pratica, rilasciando permessi di esplorazione e produzione e offrendo le necessarie garanzie che non saranno rinnegati al primo cambio di maggioranza. Ma c’è un aspetto ancora più clamoroso: l’area più promettente, il Nord Adriatico, è “off limits” dagli anni Novanta. Da allora sono state abbandonate tutte le attività di ricerca ed estrazione. Molto probabilmente, con le nuove tecniche potremmo scoprire che nasconde riserve più ampie di quanto immaginiamo. Nonostante se ne parli nei corridoi da anni, si continua a voltarsi dall’altra parte: prima perché c’erano le elezioni regionali in Veneto, ora perché ci saranno a breve le elezioni politiche e ogni voto conta».

Una situazione in cui fa premio il piccolo cabotaggio, con gli interessi elettorali di partito che hanno la meglio su quelli dell’economia nazionale: «le forze della maggioranza hanno tutto il diritto di mettere il proprio interesse di breve termine davanti a quello generale del Paese – continua l’IBL -: però, in tal caso, farebbero bene almeno a risparmiarci le paternali sugli extraprofitti, le lamentele sul caro energia e la promessa di un nuovo futuro energetico che è sempre drammaticamente uguale al presente».

Per il presidente di Nomisma Energia, Davide Tabarelli, «abbiamo un patrimonio di idrocarburi sottoterra, gas nel Nord Adriatico, nel Sud in tutta la Basilicata, ma direi anche la Sicilia è piena. Le trivelle non sono risolutive, ma potremmo ridurre la dipendenza dall’estero. Non ci vogliono gli integralisti verdi e i rivoluzionari dell’ultima ora per dirci che dobbiamo fare più rinnovabili. Noi siamo usciti dalla povertà di un paese rurale dopo la Prima guerra mondiale grazie all’idroelettrico che oggi è ancora più importante: al Sud ce n’è tantissimo e c’è grande potenzialità. Ma la modernità per il momento, per l’80%, si fa ancora coi fossili».

Il superamento del “Pitesai” è stato sancito dalla magistratura amministrativa che ha bocciato il provvedimento, ma dalla sentenza del Tar Lazio del 12 febbraio 2024 il governo Meloni non ha ancora consentito il riavvio delle prospezioni a gas e a petrolio. Poi, con le nuove capacità di supercalcolo sviluppate da Eni che hanno recentemente consentito la scoperta di ingenti giacimenti al largo di Cipro e di Israele, è necessario rilanciare le indagini sulle prospezioni anche in Italia, oltre ad attivare da subito le attività italiane, specie in quei giacimenti che sono in condominio con gli altri paesi rivieraschi dell’alto Adriatico, che da anni stanno producendo gas mentre l’Italia sta a guardare importando a prezzo sempre più caro metano dall’estero.

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