Nel mondo delle piccole e medie imprese (Pmi) solo una su quattro in Italia utilizza l’intelligenza artificiale nelle attività quotidiane, sette su 10 ritengono possa far risparmiare tempo e risorse. Il 42% dichiara di aver risparmiato tempo nelle attività di routine con l’IA agentica. È quanto emerge da una nuova ricerca condotta da Ipsos per Meta.
«Crediamo che il futuro debba essere per tutti, comprese le piccole e medie imprese che rappresentano la spina dorsale dell’economia italiana – ha affermato Angelo Mazzetti, Public Policy Director per l’Italia di Meta -. Dobbiamo lavorare insieme per colmare il divario e mettere rapidamente a loro disposizione gli strumenti di IA agentica più avanzati, per aiutare queste imprese a crescere e contribuire allo sviluppo dell’economia italiana».
«Guardando all’utilizzo previsto nel prossimo anno tre Pmi su cinque prevedono di aumentare l’impiego dell’IA per il marketing e la creazione di contenuti. Quasi la metà prevede di utilizzarla maggiormente per lo sviluppo di prodotti o servizi (48%), la comunicazione con i clienti (47%) o l’acquisizione di nuovi clienti (45%) – ha sottolineato Chiara Ferrari, Service Line Leader di Ipsos Public Affairs -. Supportare le Pmi italiane richiederà un sostegno concreto e specifico per ciascun settore».
Scorrendo i dati della ricerca, si scopre che il divario nell’uso dell’IA è particolarmente evidente tra le microimprese, quasi una su tre (31%) non l’ha mai utilizzata. Quasi due terzi delle Pmi ritiene inoltre che le imprese che non adotteranno l’IA rischiano di rimanere indietro. Per il 45% una formazione specifica aiuterebbe a utilizzarla maggiormente, il 73% ritiene siano necessari maggiori incentivi per beneficiarne.
Riguardo all’IA agentica, cioè gli strumenti in grado di svolgere attività articolate per conto delle persone, l’analisi mostra che il 42% delle imprese che la usa hanno risparmiato tempo nelle attività di routine.
Intanto, la Cina potrebbe assumere la guida globale nel campo dell’intelligenza artificiale entro il 2030. È quanto emerge da un rapporto pubblicato da Bloomberg Intelligence, che evidenzia come, su un totale di diciassette comparti industriali strategici monitorati, Pechino guiderà il mercato in otto settori entro la fine del decennio.
Sul fronte dell’intelligenza artificiale, gli analisti prevedono una co-leadership tecnologica tra Stati Uniti e Cina, escludendo l’egemonia assoluta di una singola potenza. Se gli sviluppatori statunitensi manterranno un margine ristretto sui modelli di frontiera, le aziende cinesi beneficeranno delle competenze nell’ottimizzazione del software, posizionandosi come capofila nelle implementazioni a basso costo.
Nel comparto hardware, dai semiconduttori ai componenti di rete ottica, la Cina colmerà parte del divario attuale, pur senza raggiungere la completa autosufficienza produttiva. Sebbene dazi e restrizioni alle esportazioni limitino l’accesso a mercati e componenti avanzati, il rapporto arriva alla conclusione che le attuali e future barriere potrebbero rendere più frammentata la distribuzione geografica dell’espansione industriale cinese, ma senza arrestarne lo sviluppo complessivo.
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