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Il credito in Italia è tra i più cari d’Europa

Indagine della Fabi che registra erogazioni in aumento, a fronte di una raccolta del risparmio in crescita.

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Il credito in italia è tra i più cari d’Europa secondo l’indagine realizzata dalla Fabi, il sindacato autonomo dei bancari italiani, nonostante la raccolta del risparmio sia in crescita così come il credito erogato.

I prestiti delle banche a imprese e famiglie sono in crescita, mentre calano i tassi sui nuovi finanziamenti alle aziende e sui mutui per l’acquisto di casa. Cresce anche il risparmio affidato agli istituti, con la raccolta diretta che sale a 2.145 miliardi trainata dai depositi. Il rapporto mensile dell’Abi aggiorna il quadro del sistema bancario con i dati di febbraio. Dati immediatamente prima dell’escalation del conflitto in Medio Oriente, il cui impatto «non è pertanto incorporato e comunque al momento difficile da determinare: dipenderà dall’evoluzione e dalla durata delle tensioni», spiega il vicedirettore generale vicario dell’Abi, Gianfranco Torriero.

Per la Fabi il credito in Italia è già troppo caro, più dell’Ue. A febbraio, indica l’Abi, l’ammontare dei prestiti a imprese e famiglie è cresciuto del 2,1% su base annua, proseguendo il percorso di crescita iniziato a marzo 2025. Per le famiglie è il quattordicesimo mese consecutivo e per le imprese l’ottavo mese di fila in cui si è registrato un incremento.

Il tasso medio sulle nuove operazioni di finanziamento alle imprese è sceso al 3,45% (era al 3,53% nel mese precedente; 5,45% a dicembre 2023); giù anche il tasso medio sulle nuove operazioni per acquisto di abitazioni che è calato al 3,42% (era al 3,45% nel mese precedente; 4,42% a dicembre 2023).

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Oltre agli impieghi, viaggia con il segno più anche la raccolta diretta complessiva (depositi da clientela residente e obbligazioni) delle banche: sempre a febbraio è risultata in aumento del 4% su base annua raggiungendo i 2.145 miliardi di euro e proseguendo la dinamica positiva registrata da inizio 2024. Il tasso praticato sui nuovi depositi a durata prestabilita (cioè certificati di deposito e depositi vincolati) è cresciuto al 2,07%. A gennaio 2026 tale tasso era in Italia il 2,04% superiore a quello medio dell’area dell’euro pari all’1,88%. Rispetto a giugno 2022 (ultimo mese prima dei rialzi dei tassi Bce) quando il tasso era dello 0,29%, sottolinea ancora l’Abi, l’incremento è stato di 178 punti base. Il rendimento delle nuove emissioni di obbligazioni bancarie a tasso fisso a febbraio 2026 è stato il 3,07%.

Ora, però, la situazione di forte incertezza potrebbe cambiare il quadro. ll contesto internazionale e i conflitti «rendono oggi poco probabile un allentamento duraturo delle condizioni di finanziamento per famiglie e imprese», sostiene la Fabi, che punta il dito sul costo del denaro: nonostante l’allentamento della politica monetaria della banca centrale europea, i tassi sui prestiti e sui mutui per le famiglie italiane restano più alti della media Ue anche a inizio 2026 così come già visto nel 2025. Utilizzando i dati della Bce riferiti a gennaio, la Fabi sottolinea come a gennaio 2026 il tasso medio sui mutui in Italia si sia attestato al 3,55%, contro il 3,06% della Francia, il 2,49% della Spagna e una media europea del 3,23%. Più cara della Penisola la Germania con il 3,84%. Il divario, aggiunge la Fabi, è ancora più marcato sul credito al consumo: i prestiti personali in Italia viaggiano all’8,11%, ben al di sopra della media europea del 7,51%.

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«Serve una regia politica chiara che accompagni l’azione della Bce e favorisca una trasmissione piena dei benefici all’economia reale. Il settore bancario deve recepire più rapidamente gli impulsi monetari, riducendo i tassi praticati e ampliando l’accesso al credito – afferma il segretario generale della Fabi, Lando Maria Sileoni -. E se l’inflazione dovesse tornare a salire, non si potrebbe escludere che la Bce sia costretta a valutare nuovi interventi sui tassi». Con una revisione al rialzo, come già buttato lì dal presidente della Bce, ChristineCroissantLagarde, con il rischio di gettare l’Unione europea nella stagflazione.

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