Home Politica Fondazione Gimbe, i cittadini spendono per la salute 42,4 miliardi

Fondazione Gimbe, i cittadini spendono per la salute 42,4 miliardi

Il Servizio sanitario nazionale non è più universale: 5,8 milioni di persone rinunciano a visite ed esami. Crescono fondi e assicurazioni a pagamento.

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Il Servizio sanitario nazionale (Ssn) è sempre meno universale, visto che l’accesso alle cure è sempre più legato a prestazioni a pagamento o alle coperture assicurative o di mutue private per chi può permettersele, con un impatto pesante delle spese per la salute sui bilanci delle famiglie secondo le evidenze del IX rapporto della Fondazione Gimbe. Nel 2025, su un totale di 190,1 miliardi di euro di spesa sanitaria in Italia, 42,4 miliardi sono stati a carico dei cittadini, che, quando è possibile, cercano una copertura in fondi e assicurazioni, mentre in molti altri casi – lo fanno in 5,8 milioni – rinunciano a curarsi.

Secondo l’analisi della Fondazione Gimbe, nel 2025 rispetto al 2024, la spesa di tasca propria per prestazioni sanitarie da parte dei cittadini (la cosiddetta “out-of-pocket”) diminuisce dell’1% (circa 434 milioni), di pari passo cresce quella intermediata del 10,1% (642 milioni). In particolare, quella per assicurazioni sanitarie volontarie aumenta del 12,7%, passando da 4,69 a 5,29 miliardi di euro.

«Se il servizio pubblico arretra, fondi e assicurazioni rischiano di diventare una corsia preferenziale per chi dispone di una copertura – dice il presidente della Fondazione Gimbe Nino Cartabellotta -. Servono regole, trasparenza e vigilanza affinché la sanità integrativa completi le tutele del Ssn, senza sostituirle né ampliare le diseguaglianze».

Nel 2024, oltre 5,8 milioni di persone, pari al 9,9% della popolazione, hanno dichiarato di aver rinunciato a una o più visite o esami, rispetto al 7,6% del 2023: circa 4 milioni hanno rinunciato per i lunghi tempi d’attesa e 3,1 milioni per motivi economici. «Quando tempi d’attesa, disponibilità economiche e luogo di residenza condizionano l’accesso alle prestazioni sanitarie è in gioco la tenuta del patto sociale. Una prestazione garantita sulla carta, ma inaccessibile nella realtà, lascia il cittadino da solo di fronte al proprio bisogno di salute» commenta Cartabellotta.

Anche se nominalmente è cresciuto, dal 2023 al 2026 il Fondo sanitario ha perso quasi 19 miliardi di euro per effetto della contrazione della quota di finanziamento in rapporto al Pil. Per il futuro le cose non sembrano cambiare e si prevede che per il prossimo triennio saranno necessari 32 miliardi aggiuntivi per finanziare la sanità senza gravare sui cittadini.

Nel periodo 2023-2026, illustra il rapporto, il Fondo sanitario nazionale è aumentato di 17,5 miliardi di euro, passando da 125,4 miliardi del 2022 a 142,9 miliardi nel 2026. Se però il finanziamento è rapportato alla ricchezza prodotta dal Paese lo scenario cambia: nel 2022 il Fondo sanitario rappresentava il 6,27% del Pil; negli anni successivi la quota si è mantenuta intorno al 6%, con l’eccezione del 6,14% del 2026. Questo calo ha prodotto una perdita “virtuale” per la sanità di 18,8 miliardi.

«Il finanziamento nominale è certamente aumentato, ma si è ridotta la quota di ricchezza nazionale destinata al Ssn – dice Cartabellotta -. È il fenomeno dei “tagli invisibili”: non tagli nominali, ma risorse inferiori rispetto a quelle che il Ssn avrebbe ricevuto mantenendo invariato il rapporto Fsn/Pil del 2022». A rosicchiare ulteriormente le risorse per la sanità, inoltre, è intervenuta l’inflazione, che ha praticamente annullato la crescita nominale di 37,5 miliardi del Fondo sanitario tra il 2010 e il 2026.

Per il futuro, secondo Gimbe, le cose non sembrano cambiare. Nel Documento Programmatico di Finanza Pubblica, approvato il 2 ottobre, si prevede per il prossimo triennio una spesa sanitaria in aumento in termini nominali, ma in calo o stabile in rapporto al Pil col risultato che il fabbisogno sanitario potrebbe superare di 32,3 miliardi le risorse destinate al Fondo Sanitario, dice il Gimbe.

«Poiché spetta allo Stato garantire il finanziamento dei Lea il nodo è capire con quali risorse verrà colmato questo divario – commenta Cartabellotta -. In assenza di ulteriori stanziamenti, ricadrà interamente sui bilanci delle regioni, che per mantenere i conti in ordine avranno due sole possibilità: aumentare le imposte o tagliare i servizi. In entrambi i casi, il costo ricadrà ancora una volta sui cittadini».

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