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Con Pos-cassa emersi 267 milioni di scontrini in 9 mesi per un valore di 13,5 miliardi

Corte dei conti: «l’Iva aumenta, necessaria un'analisi a consuntivo». E se il gettito aumenta, i carrelli della spesa sono sempre più vuoti nonostante il conto in crescita.

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Ulteriore passo in avanti per l’emersione del reale volume di affari di molte attività, specie nel commercio, a seguito dell’obbligo Pos-cassa, il collegamento tra strumenti di pagamento elettronico e registratori telematici: «introdotto dal 1° gennaio 2026 per rafforzare la tracciabilità delle operazioni e l’incrocio dei dati, l’Agenzia delle entrate ha comunicato alla Corte dei conti che nel periodo 1° gennaio-30 settembre 2026 i documenti commerciali trasmessi sono aumentati, rispetto all’anno precedente, di circa 267,5 milioni (+1,9%) e il relativo imponibile, al netto di resi e annulli, di circa 13,5 miliardi (+4,1%)». Lo rileva la Corte dei Conti nel documento per l’audizione sul Documento programmatico di finanza pubblica.

Secondo i dati del ministero dell’Economia e finanza, nel periodo gennaio-agosto 2026 l’Iva è aumentata di 4,5 miliardi (+3,9%), di cui 3,3 miliardi relativi agli scambi interni. Sotto il profilo settoriale, la crescita dell’Iva sugli scambi interni è diffusa, ma particolarmente rilevante nel commercio (+6,2%), a fronte di incrementi più contenuti nei servizi privati (+1,7%) e nell’industria (+1,8%).

L’incremento in esame potrebbe essere in parte conseguenza del nuovo obbligo Pos-cassa, oltreché di una diversa dinamica dei consumi, o dell’inflazione. «La Corte ritiene necessaria – si sottolinea – un’analisi a consuntivo, anche alla luce dei dati delle liquidazioni periodiche Iva e delle dichiarazioni annuali, al fine di valutare l’efficacia dell’intervento, idoneo ad ampliare la base imponibile».

Mentre le casse del fisco si gonfiano, viceversa i carrelli della spesa delle famiglie sono sempre più vuoti a fronte della crescita della spesa. Al netto dell’inflazione, la spesa reale delle famiglie per i consumi ha registrato tra il 2019 e il 2025 un calo di quasi il 9%, pari ad una riduzione virtuale da 224 euro al mese a nucleo. Lo afferma il Centro di formazione e ricerca sui consumi (Crc) sulla base dei dati Istat.

A livello nominale la spesa media mensile per consumi è passata in Italia dai 2.560 euro del 2019 ai 2.782 euro del 2025, con un incremento pari a circa 222 euro a nucleo, ma con forti differenze sul territorio, spiega il Crc. Tuttavia i dati sui consumi risultano molto diversi se si tiene conto dei pesantissimi rincari di prezzi e tariffe registrati negli ultimi anni: il Covid, la guerra in Ucraina e la crisi energetica hanno determinato una escalation dei listini al dettaglio in tutti i settori, aumenti che non sono poi rientrati al termine delle emergenze e che gli italiani continuano ancora oggi a pagare, costringendoli a modificare le proprie abitudini di spesa.

Al netto dell’inflazione, nel 2025 la spesa media reale si è ridotta in Italia dell’8,7% rispetto al periodo prepandemia, con un calo virtuale da 224 euro a nucleo. Ma i rincari non hanno avuto il medesimo effetto su tutto il territorio, evidenzia il Crc: la Puglia è la regione che registra la più forte riduzione della spesa reale, scesa in media del 18,7% dal 2019, seguita da Alto Adige (-17,2%) provincia che paga lo scotto del più alto tasso d’inflazione negli ultimi anni, e dalla Calabria (-14,9%). In controtendenza l’Umbria, dove la spesa delle famiglie è aumentata in termini reali del 9,9% nel confronto 2019-2025, le Marche (+9%), Trentino (+8,2%), l’Abruzzo (+6,1%).

«Il forte aumento dei prezzi al dettaglio registrato negli ultimi anni ha prodotto una situazione paradossale: gli italiani spendono di più per acquistare sempre meno – evidenzia il presidente del comitato scientifico del Crc, Furio Truzzi – La conferma ci arriva dall’Istat, secondo cui nell’ultimo anno una famiglia su tre ha ridotto la spesa per cibi e bevande, il 44% quella per l’abbigliamento, il 38,2% ha tagliato gli acquisti per la cura della persona, il 25,4% quelli per la sanità, mentre quasi la metà delle famiglie (il 45% del totale) ha modificato le proprie abitudini di viaggio».

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