Confindustria ha presentato le sue previsioni d’autunno circa l’andamento dell’economia per la fine anno con uno sguardo al 2027 e alla manovra di bilancio nazionale, mantenendo alto il pressing sull’Europa, per misure che sostengano e rilancino la competitività delle imprese, avvertendo che la crescita è «fragile».
Se il Pil 2026 è visto meglio delle attese, al +1%, la seconda metà dell’anno è debole e nel 2027 «il rallentamento si farà sentire» con una frenata al +0,6%. Il quadro delineato dalle previsioni economiche di autunno del Centro studi di Confindustria non è pessimista sullo scenario internazionale che pesa su petrolio e gas: ipotizza la fine della crisi con l’Iran dopo le elezioni di medio termine negli Stati Uniti che potrebbero depotenziare l’azione demolitrice dell’ordine mondiale di Trump. Ma avverte: «energia, inflazione e tassi frenano la crescita».
Il costo dell’energia «resta la più importante vulnerabilità dell’economia italiana», tanto che «potrebbe annullare la crescita del Pil prevista» per il prossimo anno: sarà crescita zero nel caso di «un Brent a circa 126 dollari al barile in media annua».
«Noi chiederemo che la legge di bilancio sia molto concentrata su misure che aiutino la competitività delle imprese», dice Lucia Aleotti, vice presidente di Confindustria per il Centro studi: come «elementi cruciali» anche in questo caso l’appello è a «misure sul costo dell’energia, che aiutino le imprese a restate competitive», e c’è «un tema di investimenti» ora che dal 2027, ma in modo sensibile negli anni a seguire, viene meno la spinta dei miliardi del Pnrr.
Anche il leader degli industriali, Emanuele Orsini, guardando alla manovra 2027 avverte: «dobbiamo continuare a spingere sugli investimenti»: bene il rafforzamento dell’iperammortamento promesso dal governo, «aggiungiamoci la parte immateriale che è fondamentale sulla formazione», dice il presidente di Confindustria. Nel cantiere della manovra, gli industriali mettono anche il tema di sostenere aggregazioni e acquisizioni per far crescere le piccole imprese: servono «agevolazioni fiscali, questo incrementerebbe la produttività». Orsini dice di aver «molto apprezzato» le parole della premier Giorgia Meloni sull’energia: «attuiamole. Noi siamo pronti a fare la nostra parte».
La controparte è anche l’Europa, che sui rischi di competitività del sistema manifatturiero europeo non può continuare a «fare solo l’arbitro con il fischietto» mentre in campo «non siamo più in grado di giocare la partita»: «deve dare una grande risposta». Orsini sarà domani a Bruxelles per una serie di incontri con le istituzioni europee. Sul tavolo anche l‘Ets, il sistema europeo che punta a ridurre le emissioni di CO2 dando loro un costo economico. Costo che pesa sulle aziende.
I passi avanti nella decarbonizzazione? «Nella manifattura sono in buona parte riconducibili alla chiusura delle imprese», avvertono gli economisti del Centro studi di Confindustria, diretto da Alessandro Fontana: «nella sola manifattura italiana sottoposta a Ets tra 2005 e 2025 le emissioni sono diminuite del 43%. Nello stesso periodo sono stati chiusi 386 impianti manifatturieri, a un ritmo di 19 impianti l’anno. Le chiusure di impianti valgono circa la metà (48%) della riduzione delle emissioni». E «per la parte restante non è possibile stabilire quanta riduzione sia attribuibile a un calo dei volumi produttivi, che c’è stato».
Ora, teme Confindustria, «l’azzeramento delle quote gratuite determinerà altre chiusure di imprese. L’acquisto dei diritti di emissione al prezzo di mercato per coprire le quote oggi gratuite determinerebbe un onere di spesa che supererebbe l’Ebitda per il 18% delle imprese manifatturiere in Ets». Inoltre, l‘ETS scarica circa 30 euro al megawattora sul prezzo marginale dell’elettricità, generando oltre 8,5 miliardi di rendite inframarginali tra il 2021 e il 2024, mentre le importazioni extra-UE di cemento e clinker sono aumentate del 1.181% tra il 2018 e il 2025 per effetto del “carbon leakage”.
E per di più «tra il 2012 e il 2025 l’Italia ha incassato dalla vendita delle quote Ets circa 20,8 miliardi. Fino al 2023, sebbene fosse raccomandato dalla Commissione europea di destinarne almeno la metà a finalità di decarbonizzazione, l’Italia ne ha spesi circa il 9%. Dal 2023 l’obbligo è salito all’intero ammontare del gettito, ma in Italia la maggior parte dei proventi continua a confluire nel bilancio generale dello Stato».
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