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Caro carburanti, a ottobre i costi saliti di oltre un miliardo in un anno

Il tetto ai prezzi può ben poco. Secondo la CNA i maggiori costi dei conflitti in corso sono di 16,5 miliardi.

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caro carburanti

Il caro carburanti non smette di mordere, nonostante il tetto autoimposto dall’Eni e poi seguito da quasi tutti gli altri operatori del mercato: il costo resta comunque salato per imprese e famiglie, secondo le analisi effettuate dalla Cgia e dalla CNA.

Secondo l’Ufficio studi degli artigiani di Mestre, a ottobre 2026 i costi a carico di famiglie e imprese ammontano a 1,1 miliardi di euro in più rispetto allo stesso mese del 2025. Nonostante lo sconto temporaneo introdotto in questi giorni da molte compagnie petrolifere presenti in Italia, i rincari per automobilisti e imprese restano molto pesanti. Da inizio del conflitto ad oggi, infatti, il prezzo medio alla pompa della verde è salito del 29,1%, quello del gasolio per autotrazione addirittura del 36,6%.

Finché il conflitto in Medioriente non si chiuderà, è difficile immaginare che i prezzi alla pompa tornino ai livelli precedenti alla crisi. Le tensioni sulle forniture, l’incertezza sulle rotte del greggio e la volatilità dei mercati energetici continuano a riflettersi sul prezzo di benzina e diesel. A pagarne il prezzo più alto sono i pendolari, soprattutto quelli che vivono in aree poco servite dal trasporto pubblico e per cui l’auto è l’unica alternativa reale per raggiungere il posto di lavoro. Per molte famiglie la spesa per il carburante è diventata una voce fissa e ingombrante, che erode il potere d’acquisto e obbliga a rinunciare ad altro. Ancora più esposte sono le imprese: autotrasportatori, agricoltori, pescatori, taxisti e piccole aziende di servizi vedono crescere i costi di gestione, spesso senza la possibilità di scaricarli sui clienti.

Secondo la Cgia, invece di chiedere più flessibilità all’Europa e fare scostamenti di bilancio con maggiore debito da pagare negli anni futuri, la via privilegiata dovrebbe essere quella di ridurre la spesa pubblica che nel 2026, al netto degli interessi, toccherà il livello record di quasi 1.090 miliardi di euro: una contrazione anche solo dell’1% libererebbe quasi 11 miliardi di euro, risorse che potrebbero essere destinate a contenere gli aumenti dei prezzi di benzina, diesel e, in vista del prossimo inverno, anche di luce e gas, attuando tagli strutturali sull’esorbitante prelievo fiscale gravante sull’energia, attuando così anche una delle tante promesse disattese del centro destra vittorioso alle elezioni del 2022. E ciò senza tagliare lo stato sociale, ma intervenendo tagliando sprechi, sperperi e inefficienze dove il governo di Giorgia Meloni è stato ben poco incisivo.

La Cgia sottolinea che gli italiani beneficiano ogni anno di ben 130 miliardi di euro di agevolazioni fiscali tra deduzioni e detrazioni, spesso stratificatesi nel tempo. Vista la situazione di emergenza che il Paese sta attraversando, non sarebbe possibile, attraverso un’attenta razionalizzazione di tali benefici, recuperare una decina di miliardi di euro da destinare al contrasto del caro carburanti e, più in generale, del caro energia?

Con i prezzi medi alla pompa di benzina e diesel in modalità self service attestatisi, nell’ultima settimana, rispettivamente attorno ai 2,1 e ai 2,3 euro al litro — con un rincaro, rispetto al periodo a ridosso dell’inizio del conflitto nel Golfo Persico, del +29,1% per la verde e del +36,6% per il gasolio, — l’Ufficio studi della CGIA prevede, per il 2026, un aggravio complessivo a livello nazionale pari a circa 13,6 miliardi di euro rispetto al 2025, con un incremento del 20,4%.

Sulla stessa lunghezza d’onda la CNA, secondo cui dall’inizio del conflitto in Iran il caro energia (carburanti, elettricità e gas) ha imposto a famiglie e imprese italiane un maggiore esborso stimato in circa 16,5 miliardi di euro rispetto ai prezzi medi di febbraio, dove quasi la metà dell’aggravio deriva dai carburanti. Il maggiore costo di benzina e gasolio è stimato tra 7,4 e 7,6 miliardi di euro. Seguono l’energia elettrica, con 5,8-6 miliardi, e il gas direttamente consumato da famiglie e imprese, con 3-3,3 miliardi.

Il caro carburanti presenta differenze significative sul territorio. Nella rilevazione MIMIT del 30 settembre è l’Alto Adige a registrare i prezzi più elevati sia per la benzina, con 2,147 euro al litro, sia per il gasolio, con 2,360 euro, complice anche la maggiore distanza da raffinerie e dai depositi, con conseguenti maggiori costi di trasporto. Considerando le sole regioni, per la benzina la media più elevata si registra in Calabria, con 2,135 euro al litro, seguita dalla Sicilia, con 2,132 euro, e dalla Basilicata, con 2,128 euro. Su livelli superiori alla media nazionale si collocano anche Campania e Sardegna, rispettivamente con 2,124 e 2,122 euro. Per il gasolio, al primo posto tra le regioni si trovano Sicilia e Valle d’Aosta, entrambe con 2,342 euro al litro. Seguono Calabria e Sardegna, con 2,339 euro, e Lombardia, con 2,327 euro.

Anche sul mercato elettrico le tensioni rimangono molto forti. Il PUN Index GME medio di settembre si colloca, in via provvisoria, intorno a 208 euro per megawattora, contro 114,41 euro di febbraio: un aumento di quasi l’82%.

Se i prezzi calmierati di benzina e gasolio saranno prorogati fino alla fine dell’anno e le quotazioni di elettricità e gas rimarranno sui livelli medi di settembre, il maggiore conto energetico sostenuto da famiglie e imprese potrebbe raggiungere circa 33 miliardi di euro alla fine del 2026. Il solo quarto trimestre rischia di aggiungere oltre 16 miliardi ai 16,5 già accumulati da marzo.

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