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Comuni in crisi finanziaria: sono 484 pari a 6,5 milioni di abitanti e un buco da 6,2 mld

La relazione della Corte dei conti al parlamento. La crisi è fortemente concentrata nel Mezzogiorno, pari al 64,9% del totale nazionale. Patto per il Nord: «questa è la prova del fallimento dei trasferimenti a pie di lista senza responsabilizzazione del centro di spesa».

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Comuni in crisi finanziaria

La Sezione delle autonomie della Corte dei conti ha approvato la Relazione al Parlamento sui comuni in crisi finanziaria, aggiornata al 31 dicembre 2025. Il referto unisce analisi normativa, esame dei dati e lettura territoriale, valutando in particolare l’effettiva capacità delle procedure di risanamento di riportare gli enti verso un equilibrio finanziario stabile e duraturo.

Il quadro che emerge mostra un comparto comunale nel complesso solido: le 485 procedure attive riguardano 484 enti, pari al 6,1% dei comuni italiani. Le crisi conclamate coinvolgono, tuttavia, circa 6,5 milioni di abitanti e una massa passiva stimata in 6,2 miliardi di euro. Dall’introduzione degli strumenti vigenti risultano, inoltre, attivate 1.448 procedure di comuni in crisi finanziaria: 818 dissesti e 630 riequilibri, riferiti a 1.033 comuni. Tra i profili di criticità particolarmente rilevanti, il primo riguarda la limitata efficacia delle procedure. Solo il 16,1% dei riequilibri avviati risulta, infatti, formalmente concluso, mentre il 35,2% è sfociato nel dissesto. Dei 23 dissesti dichiarati nel 2025, 14 erano stati preceduti da un riequilibrio non andato a buon fine.

Ulteriore elemento di criticità strutturale riguarda poi la durata delle procedure, con solo il 17,1% dei dissesti concluso, dal 2007, nel quinquennio previsto e 99 dei 227 dissesti ancora attivi che lo hanno superato. Dato, questo, di particolare attenzione, in quanto il protrarsi delle situazioni di crisi può incidere, secondo la magistratura contabile, sull’effettiva capacità degli enti di raggiungere un equilibrio finanziario stabile.

Il secondo aspetto di criticità è la forte concentrazione territoriale, con Sicilia, Calabria e Campania che raccolgono il 63,6% delle procedure nel complesso attivate e l’80,4% dei dissesti dichiarati negli ultimi cinque anni. Nello specifico, in Calabria il 54% dei comuni in crisi finanziaria ha sperimentato almeno una procedura, in Sicilia il 41% e in Campania il 39%. «Nei territori più colpiti – scrive la Corte dei conti – le crisi non possono essere ricondotte solo alla gestione del singolo ente, ma riflettono fattori economici, sociali, organizzativi e istituzionali che interessano l’intero sistema multilivello, con una forte eterogeneità degli interventi regionali, tra sostegno finanziario, assistenza tecnica, fondi di prevenzione e sistemi autonomi di monitoraggio».

Il terzo aspetto di criticità attiene, infine, alla necessità di differenziare gli interventi. Per i 269 piccoli comuni in crisi con meno di 5.000 abitanti appare prioritario un affiancamento tecnico tempestivo, mentre per i 47 enti con più di 30.000 abitanti occorrono strumenti più strutturati per affrontare la maggiore complessità organizzativa e gestionale. Per gli enti intermedi, secondo la Corte dei conti, la scelta dovrebbe, invece, dipendere dalla natura e dalla gravità dello squilibrio.

Secondo un’analisi del Centro studi di Unimpresa, i 6,5 milioni di abitanti coinvolti nei comuni in crisi finanziaria corrispondono a circa un italiano su nove. Rapportando, inoltre, la massa passiva di 6,2 miliardi alla popolazione residente nei territori interessati, si può calcolare un valore medio di circa 954 euro per abitante. Non si tratta, evidentemente, di un debito direttamente attribuibile a ciascun cittadino, ma di un indicatore che consente di rappresentare la dimensione dello squilibrio finanziario rispetto alla popolazione amministrata. La relazione quantifica direttamente in circa 6,5 milioni gli abitanti interessati e in 6,2 miliardi la massa passiva da assorbire.

Comuni in crisi finanziaria

Per il presidente di Unimpresa, Paolo Longobardi, «quando un comune entra in una crisi finanziaria profonda, il problema non rimane confinato dentro il palazzo municipale. Può incidere sulla capacità di programmare investimenti, sulla qualità e sulla continuità dei servizi, sui rapporti con i fornitori e più in generale sulla possibilità di accompagnare lo sviluppo economico del territorio. Per le piccole imprese, soprattutto nei centri minori, il comune rappresenta uno degli interlocutori essenziali dell’economia locale. Occorre perciò spostare progressivamente l’attenzione dalla gestione della crisi alla sua prevenzione. Il dato dei 269 piccoli comuni in difficoltà è particolarmente significativo: amministrazioni di dimensioni ridotte dispongono spesso di strutture tecniche e amministrative limitate e possono avere maggiori difficoltà nell’affrontare squilibri complessi. Rafforzare l’assistenza tecnica, la capacità di riscossione, la programmazione finanziaria e i sistemi di allerta significa intervenire prima che uno squilibrio diventi dissesto. È su questo terreno che istituzioni centrali, regioni e autonomie locali dovrebbero costruire una strategia stabile».

La relazione della Corte dei conti sul dissesto dei comuni ha suscitato il commento politico di Paolo Grimoldi, segretario federale di “Patto per il Nord”: «è evidente come non sia più procrastinabile l’introduzione nel Paese di un sano federalismo fiscale che possa impedire ai cattivi amministratori di fare danni e responsabilizzarli ad una gestione efficace ed efficiente delle risorse. I comuni in crisi finanziaria, come si vede dalla tabella, sono concentrati al Sud, Sicilia, Campania e Calabria soprattutto, in regioni si basano sui trasferimenti che ricevono dallo Stato, in termini di residuo fiscale, molto di più di quanto non diano. Le risorse miliardarie che ogni anno lo Stato centrale preleva al Nord per destinarle al Sud, quindi, sono spesso utilizzate male e questo alimenta un circolo vizioso che richiede altre risorse pubbliche nazionali per coprire i buchi di bilancio. E’ un meccanismo perverso ed inaccettabile che invece di scoraggiare lo spreco di risorse, lo alimenta. Per questo è necessario diffondere un sano federalismo a tutti i livelli, responsabilizzando direttamente i vari centri di spesa, senza la possibilità di scaricare sui contribuenti italiani colpe che sono solo di amministratori incapaci di gestire bene l’istituzione loro affidata».

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